sabato 4 marzo 2017

Ma si spacchiamo su tutto e occupiamo il paradiso

e giù contro sto muro! ...3-6-42 terno secco... vuol dire che se c'è un muro da buttare giù lo buttiam giù! ...non faccio mica sogni a cottimo io ... non c'era nessuno! come non detto!!!
Nel 1971 esce nelle sale cinematografiche un filmone che ha fatto incazzare soprattutto la sinistra sia parlamentare che extraparlamentare. Questo film non poteva e non può piacere a tutti, perché se la prende con TUTTO il sistema, dalla A alla Z, anche con le sue contraddizioni, ma sempre senza esclusione di colpi.
Il regista Petri mette sul piatto una denuncia sociale totale, difficile da digerire, praticamente disarmante.
L'entrata della massa di operai all'apertura dei cancelli mi ha ricordato vagamente il monumentale Metropolis (1927) e vista la tematica trattata ci può benissimo stare. Così come Tempi moderni (Modern times del 1936) di Charlie Chaplin, dove il povero Charlot a forza di lavorare nella catena di montaggio impazzisce.
La classe operaia va in paradiso parla di follia e lo fa con una ricercatissima fotografia di un freddo gelido claustrofobico, tutto ciò che c'è di male nella società, tutto ciò che c'è di sbagliato e malato nei ritmi disumani dell'operaio che è costretto a lavorare a cottimo ti viene sbattuto in faccia in maniera magistrale e prepotente. 
Nulla è normale e giusto quando l'uomo smette di essere tale e diventa l'uomo/macchina.
Le musiche di Ennio Morricone chiudono in maniera perfetta il cerchio.
Come location è stata scelta la Falconi di Novara, dove si producevano ascensori, in quel periodo la produzione era bella che ferma, la fabbrica era occupata dagli operai che aspettavano risposte dal Tribunale in merito a strane manovre finanziarie dei vertici aziendali.
Il territorio novarese nel periodo autunno/inverno calza a pennello, offrendo neve e una fitta nebbia che rafforza il grigiore della pellicola.
Petri con la sua macchina da presa ci fa entrare in una fabbrica del nord e facciamo subito conoscenza con gli operai della B.A.N. Il tutto è grottesco, sporco, sgradevole e nevrotico, quasi senza senso, ogni cosa è eccessiva, le musiche come i rumori e le grida degli operai si fondono insieme senza pietà, dunque perché queste esagerazioni? Perché per descrivere le vere condizioni di lavoro tanto vale farlo come va fatto, quasi come un documentario, invece di preparare e impacchettare un dramma che risulterebbe finto anche a chi in una fabbrica non c'è mai entrato.
Siamo al cospetto di un film coraggioso e scomodo come non se ne sono mai visti prima, personalmente penso proprio che sia il più bel film che abbia mai visto.
L'intensità e il coinvolgimento del film sono ai massimi livelli. Così come il protagonista Lulù, interpretato da uno straordinario Gian Maria Volonté.


L'alienazione tra uomo e macchina è proposta in maniera magnifica, con primi piani insistenti sui macchinari che lavorano e sui visi degli operai oramai rassegnati, senza sbocchi e consapevoli di non avere alcuna via di uscita.
Lulù come tutti entra in fabbrica col buio ed esce col buio, l'inferno però non è finito, ma continua in famiglia.
Una pellicola disarmante e molto attuale nonostante l'età. Dopo la visione sarà impossibile non porsi una carrellata di domande che probabilmente, anche un po' grazie al lavaggio del cervello che ci viene fatto fin dalla nascita sulla società, i suoi prodotti e il lavoro, non troveranno una risposta chiara e precisa.
(ps: avevo scritto tutta la trama ma ho deciso di non inserirla, così se vi viene la curiosità potete guardarvelo ;)