venerdì 30 ottobre 2015

Punto!

Mi serve un incipit, vediamo; ah ecco, quello sotto che potete vedere è un punto.

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Un punto capito? Punto!
Nella grammatica con il punto si termina una frase, ma non il racconto o qualsiasi altra cosa, beh a volte si, ad ogni modo invece nei discorsi verbali viene usato per farti capire che tanto lui o lei e illo la penserà sempre così, punto!
Trovo la cosa alquanto irritante, ma gente con un cervello piccolo così ne è pieno il mondo, cosa possiamo fare?
E non dite che non è vero, punto!

(Sono ben accetti i commenti pieni di punti, punto!)

sabato 17 ottobre 2015

La vita è come andare in bicicletta: se vuoi stare in equilibrio devi muoverti (Albert Einstein) Sottotitolo; vado a Ivrea e torno (...forse)

Io non sono un ciclista, non sono uno sportivo, anche se sono allenato a pedalare. Non ho una bici da corsa, ma una MTB (mountain bike) comprata circa 15 anni fa da Decathlon, un vero e proprio cancello con le ruote.
Non faccio il cicloturista, che prende e parte con tanto di tenda e fornellino per cucinare, io sto fuori solo l'intera giornata, ma viaggio anche con le borse perché mi serve un casino d'acqua.
Quindi, bici cancello che pesa circa diciotto chili! Borse, acqua (minino 6 litri), ghiaccio istantaneo per tenere al fresco la roba, attrezzi per la manutenzione veloce; insomma, il bagaglio in media pesa quasi una quindicina di chili, che devo trasportare.
La bici è completamente storta, vibra, se superi i 35 Km/h inizi a gridare di paura tanto è instabile, ma nonostante i difetti ci sono affezionato e mi ha sempre portato ovunque.

La settimana scorsa decido di andare fino a Ivrea, tra andata e ritorno calcolo 110 km, mica pochi, ma se parto presto avrò tutto il tempo a disposizione.
Parto alle 6:30 del mattino, buio pesto, accendo i lumini di segnalazione, pagati due Eury l'uno... e subito capisco perché, sembrano i lumini delle chiese. Parto lo stesso, alla cieca.
Abito in collina, lampioni zero per chilometri, inizio ad avere qualche ripensamento, non avevo calcolato una cosina abbastanza importante; la nebbia!
Mi addentro nel nebbione mostruoso urlando tipo kamikaze giapponese, dopo tre chilometri di discesa fatta completamente a caso arrivo nel piano e finalmente inizia qualche lampione, nemmeno il tempo di rilassarmi un momento che arriva l'immancabile cane da battaglia che tenta di inseguirmi, la regola, anche se sembra strana, è quella di fermarsi, al massimo scendere e usare la bici come scudo, nel caso il quadrupede sia particolarmente assatanato.
Mi fermo ma per fortuna arriva il padrone del cane che lo richiama alla calma, poi mi guarda stranito come si guarda un matto credo, io riparto nella nebbia e pedalo come se non ci fosse un domani.
Per arrivare a Chivasso mi tocca fare qualche chilometro di statale che non mi piace perché è stretta.
Qualcuno mi strombazza, poi dopo avermi affiancato mi fa un gesto che in sintesi vuol dire più o meno "Ma che cazzo fai??" allora io faccio partire i vaffanculo e invito l'autista a fermarsi che ho voglia di tirargli la bici cancello addosso, se riesco ad alzarla ovviamente, però il tipo accelera e va via.
Prendo in considerazione l'idea di portarmi dei sassi da lanciare alle macchine ogni tanto, ma sono già caricatissimo, e il peso si sente eccome.
Arrivato a Chivasso sparisce la nebbia ed esce un po' di sole, ho già fatto 20 km, uscito dalla cittadina prendo la statale 26, detta anche con simpatia la statale della morte, strettissima, per non stirarmi e fare un frontale con chi viene dalla direzione opposta i mezzi devono farmi la barba, io sono costretto a pedalare sulla striscia bianca, pena la morte. Sudo freddo subito nei primi metri, mi sento in bilico, sulla destra in genere c'è un dislivello che varia dai 50 cm al metro e mezzo, se finisco dentro per qualche ragione mi rompo il collo di sicuro.
Il limite è dei 70 km orari, ovviamente la gente si sente in dovere di andare minimo ai 90, i più audaci invece pensano di essere su un circuito di formula uno.
La fatica mista alla tensione inizia a farsi pesante, vado pianissimo, anche perché mi sento stanco, ma non c'è nemmeno un punto dove fermarsi in sicurezza.
Dopo dieci chilometri tragici arrivo ad Arè e la strada si fa un po' più decente, non mi fermo, mi sento rinfrancato, poi la strada fino a Caluso si rifà stretta, poi larga, poi stretta, io non mi fermo, oramai pedalo per inerzia, le ginocchia paiono di piombo e cigolano, fa un freddo cane, ho il cervello Findus.
Mi superano tutti i ciclisti in assetto da corsa, belli riposati e con una bici sottile che pesa 8 chili, ma così è facile!
Qualcuno mentre mi supera mi da coraggio con un "forrrrsa foooorrrsaaaa!" io nemmeno riesco a dire niente, se apro la bocca mi cade la lingua credo.
A pochi chilometri da Ivrea la strada si allarga, si allarga pure troppo, sei corsie, dopo un paio di minuti intravedo il cartello di divieto per le biciclette. Sono entrato in una sorta di autostrada senza essermene accorto? Inizio a dubitare della mia già precaria sanità mentale, alla prima svolto a destra, finisco in una zona industriale deserta, so che sono vicino alla meta, ma non capisco più niente e non so come uscirne!
Finalmente però, riesco miracolosamente ad entrare in città, pedalo sui marciapiedi e al diavolo la gente che passeggia, non voglio essere stirato, evito gli eporediesi senza nemmeno fare molta attenzione.
Alla stazione dei treni mi fermo, collasso su una panchina e mi mangio tutto quello che mi sono portato, tre panini e due banane.
Benissimo, adesso sono senza niente e non ho nemmeno un soldo in tasca, ho di sicuro fatto male i calcoli, meglio tornare a casa... dopo dieci minuti riparto, urlando!
Pedalo malissimo, oscillo pericolosamente ma pazienza, e pazienza se mi superano anche le persone a piedi.
 Dopo una manciata di chilometri incomincio a ridacchiare e sputazzare, poi incomincio a parlare da solo, faccio discorsi sconclusionati senza senso con me stesso, dalle parti di Strambino incomincio addirittura a sentire le voci come Giovanna d'Arco.
Incomincio, senza accorgermene, ad intonare a gran voce, stonando clamorosamente, questa canzone nella versione fatta anni fa da Francesco Salvi, la gente che è nei paraggi scappa spaventata.
Poco dopo, una mezza catastrofe, mi si schianta un pedale sulla statale. inchiodo e per poco non cado, se non lo riprendo e ci passa sopra una macchina addio pedale.
Lo recupero rischiando la morte, ma il pedale è salvo, sperando che non si sia rotto ma solo svitato.
Sono incredibilmente fortunato, lo avvito e riparto.
Non capisco più niente, mi fermo per fare pipì su un muro perché concentrandomi troppo sulla mia follia mi sono dimenticato delle cose basilari e adesso ho dei dolori tipo parto.
C'è un po' di gente ma a me scappa, mi guardano tutti con una severità che ritengo eccessiva, riparto e mi rendo conto di aver appena pisciato sul muro di un cimitero, sono convinto che Satana sarà soddisfatto di me.
Al posto degli occhi ho due girandole luminose, le gambe sono due pezzi di legno, arrivo dalle parti di Caluso e accade la vera tragedia: mi si blocca completamente la gamba destra, complice la fatica, senza riposo e la postura da demente ora non posso più pedalare, pena urla disumane. Inchiodo, appoggio la gamba a terra, ma non riesco nemmeno a camminare! Rimango immobile a pensare, mi rimane la gamba sinistra, distrutta ma ancora utilizzabile. Una volta ho auto questo problema, ero a venti chilometri da casa e ho fatto tutti il tragitto con una gamba sola, più l'ultima salita per arrivare a casa mia, tre chilometri di salita per arrivare ai 450 metri di altitudine!
Questa volta però sono troppo lontano dalla magione, e se mi si blocca anche l'altra gamba magari in un punto stretto?
Mi rimetto in sella, per darmi coraggio elenco tutti i santi del calendario, maledicendoli con una fantasia a me sconosciuta. Riesco ad arrivare ad Arè, vedo una panchina e mi ci butto sopra.
Chiamo a casa "mi ha lasciato la solita gamba, qualcuno mi venga a prendere, per pietà!

Qui possiamo ammirare il Cancello in assetto da battaglia in quel di Superga