sabato 6 dicembre 2014

Il topo

Mi accingo a raccontarvi una storia accaduta tre anni fa.
Avevo trent'anni, portati egregiamente male, ero senza lavoro ma ero determinato a cercare un posto, uno qualsiasi, giusto per dare una svolta alla mia vitaccia cupa e perennemente squattrinata.
Per merito di una buona agenzia interinale trovai finalmente, dopo mesi e mesi di nulla, un posticino come commesso in un negozio abbastanza grande, un noto punto vendita molto conosciuto in città che trattava elettronica e simili.
Al colloquio mi presentai un po' ubriaco, ma il capo del personale scambiò quella mia leggera ma persistente parlantina come energia positiva o qualcosa di simile, sono sempre stato molto timido e ansioso, in genere bevevo un po' prima di dovermi confrontare con la gente per qualcosa di importante, come in quel caso, un posto di lavoro. Andò tutto a meraviglia.
La settimana dopo mi presentai all'entrata prima dell'apertura con un anticipo indicibile, erano le sei del mattino! Aspettai due ore nel gelo di Dicembre con una temperatura che era di circa 70 gradi sotto zero.
Diventai un surgelato Findus immobile e sembravo una statua di sale. Per grande fortuna una persona mi sfiorò e caddi con la faccia sull'asfalto senza un lamento; quell'incidente mi permise di muovere leggermente il braccio sinistro, dopo circa quattro ore riuscii addirittura a rialzarmi.
Mi recai nell'ufficio del capo personale a testa bassa con un ritardo ovviamente apocalittico.
Indossai la tipica divisa rossa e fui mandato direttamente a calci nel reparto cellulari, dove avrei incominciato il mio lavoro.
Io cercavo tale Orbelli Marco, a detta del capo personale si trattava del collega che avrebbe dovuto affiancarmi per una settimana.
Nel mio reparto, vidi una persona che armeggiava sotto al bancone dov'erano esposti una miriade di cellulari di tutti i tipi.
“Scusa sei Marco? Orbelli?”
Sentito il suo nome diede una craniata agghiacciante con l'eco sull'angolo del bancone, lo vidi alzarsi barcollando mentre roteava gli occhi in maniera innaturale, perse subito l'equilibrio e andò a pavimento con un tonfo micidiale.
Mi avvicinai a lui per aiutarlo in qualche modo, ma non sapevo cosa fare a dire il vero.
“Aiuto! Chiamate aiuto, il ragazzo qui ha sbattuto la testa! Emergenza emergenza!” Esclamai urlando.
Accorse un giovanotto in gran carriera: “Niente panico ci penso io, sono quasi laureato in veterinaria”
Il futuro veterinario sentì il polso di Orbelli e poi scosse lentamente la testa: “Se devo essere sincero io lo abbatterei, sono sempre cose molto tristi ma necessarie, l'animale è molto debole, praticamente in agonia, forse è addirittura in coma”.
Gli addetti alla sicurezza lo presero malamente e lo portarono via mentre tentava di parlare, ma erano parole farfugliate e molto confuse, uno dei due per evitare il nascere di strani e ambigui sospetti, proclamò con voce falsa alla gente presente, che avrebbero portato lo sventurato urgentemente in ospedale per le cure del caso. Il disgraziato invece fu scaricato fuori dietro ai magazzini come uno straccio vecchio, lasciato al freddo, ferito e agonizzante nel gelo incredibile di Dicembre.
Io ero rimasto solo al bancone e non sapevo cosa fare. “Suvvia Baldoria, improvvisi!” esclamò il capo personale appena mi vide completamente spaesato, poi decise di darmi una mano; “Ho capito, le mando subito qualcuno, altrimenti oggi non concludiamo niente di niente”
Stavo aspettando il soccorso che mi era stato promesso, quando vidi una ragazza con la stessa divisa del negozio avvicinarsi al mio bancone. Era bellissima, una visione, forse nemmeno era vera, mi ero appena innamorato, mi sentivo come il principe Myskin quando vede per la prima volta il ritratto di Nastas’ja Filippovna.
Non riuscivo più a deglutire, la mia saliva era spessa come calcina e non riuscivo nemmeno più a respirare, al posto del cuore avevo oramai una specie di mattone che stava scoppiando. Ero cianotico.
Lei mi tese la mano e si presentò in maniera strana. “Ciao! Sono Maria Giovanna!”
Le strinsi la mano ma il solo contatto con la sua manina mi fece perdere l'equilibrio, andai a pavimento come un sacco di patate.
Arrivò di botto la sicurezza, ma probabilmente grazie alla caduta mi risvegliai completamente, riuscii a liberarmi dei due energumeni perchè volevano portarmi urgentemente in “ospedale”, dovetti sganciare sottobanco tutto quello che avevo in tasca per non essere eliminato. I due andarono via con tutti i miei soldi sghignazzando ferocemente.
“Scusa” dissi alla fantastica ragazza e tentai di giocarmi la carta della pietà per cancellare immediatamente la mia figuraccia “ma ho appena finito la riabilitazione, sei mesi a letto a causa di un brutto incidente, ho salvato una scolaresca da un incendio terribile, ma alla fine è andato tutto bene, ora sono quasi come nuovo” lei pareva ignorarmi, aveva lo sguardo perso nel vuoto, forse non mi aveva sentito. “Comunque io mi chiamo Capitan Baldoria” Lei fece una risata oscena  e rumorosa. Rimasi di marmo, deglutii a fatica e tentai il tutto e per tutto con un po' di dolcezza disperata “Mi piace molto il tuo nome, posso chiamarti Mary Jane?” Altra risata sguaiata e fuori luogo.
“ma questa è tutta rincoglionita” pensai.
Nei giorni seguenti di affiancamento riuscii a conoscerla sicuramente meglio. Aveva cinque anni in meno di me, era arrivata dal profondo sud per lavorare, aveva un accento terribile e parlava in maniera a dir poco agghiacciante che a tratti pareva quasi una neolingua, attualmente era ospite di una zia rimasta vedova due anni prima che abitava nelle vicinanze del Grande Negozio.
Il suo problema è che era timidissima in maniera cronica, senza speranza, capii dopo poco che quelle risate indecenti dal nulla era il modo che aveva di scaricare una tensione mostruosa che teneva dentro e doveva far uscire in qualche maniera.
Passarono i giorni e poi i mesi, non riuscii mai a far decentemente due chiacchiere sensate con lei, una volta addirittura le chiesi se potevo dopo il lavoro accompagnarla a casa della zia a piedi per scambiare due parole ma nulla, mi rise in faccia e andò via, io rimasi immobile marmorizzato in un epico silenzio cimiteriale per tredici minuti in mezzo alla gente che freneticamente faceva le sue compere.
Ero sempre attratto da lei nonostante i suoi difetti, a tal punto che un giorno persi letteralmente la testa quando vidi un cliente che le inveiva contro come un matto. Scavalcai il bancone in maniera plastica stile Olio Cuore ma atterrai col piede storto e caddi a terra. Mi rialzai quasi subito, per fortuna nessuno aveva notato la mia caduta dato che gli sguardi di tutti erano concentrati sul cliente praticamente impazzito.
Mi avvicinai a lui zoppicando ma con fare minaccioso “Scusi lei! Come si permette di parlare in questo modo alla gentile signo” mi arrivò una testata sull'occhio sinistro, vidi un lampo e poi il dolore generico si fece insopportabile. L'energumeno mi prese per una caviglia e mi lanciò nel reparto tablet ad un paio di metri da lì. Dopo un paio di secondi, convinto che se ne fosse finalmente andato esclamai con un filo di voce “Non mi costringa ad alzare le mani altrimenti io” ma l'armadio mi stava venendo incontro, io oramai non vedevo più niente, mi prese per il naso e cominciò una lenta ma orripilante vite, poi mi diede un calcio sulle costole e un morso all'orecchio destro.
Grazie a tutte quelle botte sentivo le voci come Giovanna d'Arco, ero quasi cieco che vedevo a fatica ed ero una maschera di sangue. Durante la colluttazione mi ero anche cagato addosso, avevo la maglietta lacerata e mi mancava una scarpa.
A passi incerti mi avvicinai a Maria Giovanna.
“Non avresti dovuto” mi disse. Io stavo oramai perdendo il contatto con la realtà e decisi velocemente di riassumere il tutto con un “ma figurati, per te questo ed altro!” le dissi mentre sputazzavo sangue misto a saliva e aggiunsi qualche secondo dopo “io quasi quasi mi prendo una pausa va” e caddi letteralmente con la faccia a pavimento.
Sentii solamente come un eco lontano, forse erano i due della sicurezza che parlavano di ospedale o qualcosa di simile.

Scrivo tutto questo fuori nel retro del Grande Negozio, qui è tutto così immenso e strano che pare una terra di mezzo, non ricordo nemmeno quanto tempo è passato da quando sono stato scaricato in questo posto. Dopo essermi svegliato mi sentivo debolissimo però ero ancora vivo.
Attorno a me c'erano alcuni corpi di ex dipendenti che non sono stati fortunati come me. Penso di aver riconosciuto anche Orbelli. Ho dato a tutti una degna sepoltura.
Ho iniziato a scavare cunicoli sotto terra per maggior sicurezza, inizialmente, qualche dipendente scappava spaventato gridando di aver visto un topo gigante nel cortile sul retro, il topo forse sono io, quindi preferisco vivere di notte, mi sento più tranquillo, e se è giorno rimango nei cunicoli che ho scavato.
Ho creato un mio microcosmo fatto su misura rendendolo vivibile e dignitoso, di notte mi addentro anche in negozio eludendo il sistema di allarme per ripararmi dal freddo e mangiare qualcosa. Entro negli spogliatoi femminili, apro l'armadietto della mia amata e annuso la sua divisa rossa, in cuor mio è come se l'abbracciassi, poi chiudo tutto e ritorno alla mia esistenza.